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Federico Barocci a Piobbico

Riposo durante la fuga in Egitto
Federico Barocci – 1573 c.
Chiesa di Santo Stefano a Piobbico
Questa tela fu commissionata al Barocci da Antonio Brancaleoni per la pieve di S. Stefano “de Finocleto” di Piobbico. Misura cm 190 x 125 ed è la più grande delle tre versioni che il Barocci dipinse con lo stesso soggetto di cui una, eseguita per Guidobaldo della Rovere e inviata in dono alla Duchessa di Ferrara, oggi è dispersa, mentre l’altra si conserva alla Pinacoteca Vaticana.
Tutte e tre le versioni dovrebbero risalire circa al 1570, tanto più che esiste un’incisione del dipinto di Piobbico eseguita da Cornelio Cort già nel 1575.
Tale versione costituisce una rarità assoluta per la particolare qualità pittorica derivante da una tecnica anomala che, secondo la testimonianza del Bellori (1672), era a “guazzo”.
Tale tecnica, che mescola olio e tempera ed è utilizzata soprattutto nel paesaggio, nel cielo e nel manto della Madonna, consente una grande trasparenza e luminosità del colore, anche se è risultata di difficile conservazione, in quanto le parti a tempera tendono a cadere.
L’opera è stata, infatti, sottoposta a diversi restauri per ben due volte negli ultimi cinquant’anni.
Tuttavia che si tratti di una delle opere più raffinate del Barocci è ancora chiaramente percepibile.
L’ispirazione di questo idillio campestre e familiare deriva dalla “Madonna della Scodella” di Correggio (Parma, Galleria nazionale), ma ciò che cattura lo spettatore è la quieta serenità che spira anche dagli oggetti che paiono animati da un fremito di vita.
Di grande poesia, la poesia delle cose umili e quotidiane eppure pregnanti, sono anche i singoli brani pittorici: di S. Giuseppe, che trae a sé un ramo del ciliegio per offrirne i frutti al Bambino, e della Madonna accaldata, con il viso imporporato, che attinge acqua dal rivo presso cui siede, abbandonati in un canto il fagotto e il cappello da viaggio.
Come commento a questo dipinto, le parole di Cesare Brandi su Barocci nel 1975, anno della mostra bolognese dedicata al pittore urbinate: “egli riesce a captare anche un filo di fumo senza disperderlo, a tenere in sospensione un colore come vino sull’acqua, a rapire la sfumatura di un’alba o il trascolorare di un tramonto senza un’esitazione, con una mano così leggera, un pennello così lieve, intinto nella luce invece che nel colore”.

BIBLIOGRAFIA
ZAMPETTI 1985
COMUNE PIOBBICO 1999


Federico Fiori, detto il Barocci

Federico Fiori, detto il Barocci, nacque a Urbino intorno al 1535 e vi morì nel 1612. Svolse la sua prima attività a Roma dal 1561 al 1563, partecipando al rinnovamento della tradizione raffaellesca che faceva capo ai marchigiani attivi nella capitale, soprattutto a Taddeo Zuccari.
E’ stato definito da Giuliano Briganti come la “scintilla per l’estrema fiammata” del Manierismo a Roma, che prese l’avvio proprio dalle sue opere giovanili, in particolare dalla brillante decorazione del Casino di Pio IV.
Ma, personaggio assai schivo, si ritirò in un volontario isolamento nella sua città natale, non prima di aver veduto, a giudicare dalle sue prime opere urbinati, quelle di Correggio da cui probabilmente restò folgorato, a Parma tra il 1555 e 1557. Altre sono, tuttavia, suggestioni che testimoniano un incontro con la pittura del manierismo toscano, romano, ma anche con la pittura veneta.
Fra il 1568 e il 1569 dipinse per Perugia la celeberrima “Deposizione” che segna la maturità compositiva di Barocci in chiave di accentuazione espressiva, avviando in quella città un manierismo fatto di effetti evanescenti, di sinfonie di colori sfumati e composizione affollate, e sottolineando “la dinamica di moti e stati d’animo delle figure con una pienezza che prelude all’arte del secolo successivo”. (ARCANGELI 1986 p.305) .
“Fu il Lanzi (Treia, Macerata 1732 – Firenze, 1810) il primo a intuire come il suo posto non fosse tanto fra i contemporanei quanto fra i rinnovatori della generazione seguente” (Briganti, La Maniera Italiana, p.58).
“Artista eminentemente religioso, Barocci trova per le sue scene sacre il veicolo più adatto e più nuovo, portandolo alla sua massima affermazione pittorica, e cioè la cosiddetta poetica degli affetti. […] Lo spettatore che si avvicini ad un dipinto di Barocci è invece immediatamente catturato in una rete di affetti, stati d’animo, occhiate sorridenti che sono un invito diretto a partecipare emotivamente al momento fissato sulla tela. […] La capacità di coinvolgimento sentimentale della pittura baroccesca, la sua capacità di umano colloquio sono veramente un unicum nell’arte del tempo […]”. (ARCANGELI 1986 p. 301)
Ugualmente questa stessa volontà comunicativa si riscontra nei numerosi ritratti lasciati dall’urbinate, primo fra tutti quello di Francesco Maria II Della Rovere (Firenze, Uffizi).
Il suo ripiegamento nella città natale, “uterino” lo chiama Arcangeli, consente a Barocci un’introspezione continua ed un inesauribile affinamento dei mezzi espressivi e stilistici, che ci sono testimoniati dal consistentissimo corpus grafico dell’artista.
Occorre infatti dire che ogni opera del pittore vedeva la luce dopo un lunghissimo e assai sofferto arco di tempo, caratterizzato da ripensamenti, impaginazioni compositive diversificate, come se Barocci cercasse di raggiungere il modo più adeguato per aderire più intimamente all’essenza delle cose o dei momenti rappresentati.
Sue fondamentali opere sono la “Madonna del popolo” (1575-1579) già ad Arezzo, oggi agli Uffizi, il “Perdono di Assisi”, del decennio ’70, il “Trasporto di Cristo al sepolcro”, degli inizi degli anni ’80, vero e proprio capolavoro eseguito per la chiesa della Confraternita della Croce di Senigallia, dove anche oggi si trava nell’incorniciatura ideata da Barocci stesso.
Altri capolavori sono la “Vocazione di S. Andrea” (1586), il “Cristo e la Maddalena” (1590), tutte opere disperse nei vari musei europei.
La “Beata Michelina” del 1606 è fra le opere del primo decennio del ‘600 in cui si nota una ripresa ed un approfondimento del tema dell’estasi.
Le figure sembrano animate dal di dentro come da un vortice di vento che scuote i panneggi, guizzi luminosi contro cieli cupi sembrano riverberare la “tempesta mentale” dei personaggi, come sottolinea Andrea Emiliani nel Catalogo della mostra dedicata a Barocci nel 1975 a Bologna.

BIBLIOGRAFIA
ARCANGELI L., 1986
BRIGANTI G., La Maniera italiana.

 

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© Daniela Rossi